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OSTEOPATIA

Fibromialgia: il contributo non accessorio dell’osteopatia

Il trattamento osteopatico aiuta a riequilibrare il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario, agendo così sull’alterata percezione dello stimolo doloroso e sui processi infiammatori alla base dell’algia diffusa.

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In oltre 15 anni di pratica terapeutica, la situazione che mi è capitato d'incontrare più di frequente in caso di fibromialgia è un grande senso di disorientamento da parte del paziente, spesso scoraggiato rispetto a una diagnosi incerta e al percorso di cura da intraprendere.

I sintomi della fibromialgia infatti sono i più diversi, poco specifici e facilmente attribuibili ad altre patologie, tra i più comuni il dolore cronico alle articolazioni e ai muscoli degli arti o della schiena, disturbi gastrointestinali, affaticamento, accentuata percezione del dolore.

 L'estrema variabilità riguarda anche l'età del paziente che può andare dai 20 anni all’età avanzata, con picchi tra i 30 e i 50 anni. Più stabile è invece il sesso delle persone colpite: il 90% sono donne. A complicare il quadro, il fatto che la causa al momento sia quasi del tutto ignota.

 Anche le branche di riferimento della medicina sono molteplici, a seconda che prevalga l’uno o l’altro sintomo, dalla neurologia, alla reumatologia, alla fisiatria, fino ad arrivare alla psicanalisi o alla psichiatria.

L'osteopata rientra nel quadro classico delle discipline coinvolte nelle terapie della fibromialgia, ma fino ad ora soprattutto nel ruolo di supporto, in quanto ritenuta efficace per ridurre la tensione delle fasce muscolari limitando il dolore.

Questo approccio tradizionale trascura però uno dei valori più importanti del trattamento osteopatico: la sua capacità di riequilibrare il sistema neurovegetativo e, insieme con esso, il sistema neuroendocrino e immunitario da cui dipendono l’alterata percezione del dolore e l’algia diffusa.

Questo potenziale dell’osteopatia discende direttamente dall’approccio globale alla persona, tipico della disciplina, che considera sempre il paziente nella sua unità fisica, mentale e spirituale, e che dunque rende l’osteopatia particolarmente indicata per affrontare una malattia multifattoriale come la fibromialgia.

A rivalutare il ruolo dell’osteopatia per i pazienti fibromialgici c’è anche uno studio del CIO (Collegio Italiano Osteopatia), condotto dal marzo 2012 al marzo 2014. Da un lato, questa ricerca ha confermato la funzione classica dell’osteopatia, cioè la sua capacità di riequilibrare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene attraverso il trattamento cranio-sacrale, aumentando la libertà delle fasce muscolari e dunque migliorando la qualità della vita dei pazienti.

Dall’altro, un gruppo di lavoro del CIO guidato da Mauro Fornari ha rivolto un lavoro specifico sul sistema immunitario, proponendo un trattamento aggiuntivo rispetto a quello classico e mirato a detossificare le fasce connettive e a ripristinarne la dinamica linfatica, in considerazione del fatto che le fasce sono la sede dei processi infiammatori che provocano il dolore diffuso dei pazienti fibromialgici. I risultati sono apparsi incoraggianti e hanno dimostrato una più duratura diminuzione dei sintomi rispetto al solo metodo classico.

Concludendo, fatta salva l’opportunità di attribuire all’osteopatia un ruolo molto più centrale, per la cura della fibromialgia io credo che sia determinante da parte dei medici riconoscere la necessità di fare squadra tra loro, con l’obiettivo di mettere il paziente nelle condizioni di avere una visione della propria malattia completa e non parcellizzata. Ognuno di noi operatori sanitari dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere i limiti della propria disciplina relativamente a una patologia molto complessa e a persone sofferenti che devono sempre essere considerate nella loro globalità, ricercando il dialogo con i colleghi per costruire insieme un percorso comune di cura che possa essere di reale aiuto al paziente.

 

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